Fin dalle sue origini, Stranger Things ha dimostrato di essere profondamente radicata nell’immaginario della cultura pop anni ’80, e Star Wars è sempre stato uno dei riferimenti centrali nella visione dei fratelli Duffer.

“Non è un generatore di scudi”: quando Stranger Things omaggia Star Wars
Fin dalle sue origini, Stranger Things ha dimostrato di essere profondamente radicata nell’immaginario della cultura pop anni ’80, e Star Wars è sempre stato uno dei riferimenti centrali sulla “vision board” dei fratelli Duffer. Già nei primi episodi della serie, figure iconiche come Yoda venivano utilizzate come termine di paragone per spiegare i poteri telecinetici di Undici, creando un ponte immediato tra il mondo di Hawkins e quello lontano, lontanissimo della galassia di George Lucas.
In Stranger Things 5, i richiami a Star Wars tornano con forza, assumendo un ruolo narrativo più esplicito. Questa volta è Dustin a guidare il collegamento, elaborando una teoria sull’Upside Down con l’aiuto diretto di Il ritorno dello Jedi. Dopo aver scoperto l’esistenza di una sorta di “muro” che circonda l’Upside Down, con un epicentro localizzato presso l’Hawkins Lab, Dustin spiega a Steve, Nancy e Jonathan che la barriera potrebbe funzionare come lo scudo energetico che proteggeva la seconda Morte Nera nel capitolo finale della trilogia originale di Star Wars.
Seguendo questa analogia, Dustin propone una soluzione altrettanto familiare: come la squadra d’assalto guidata da Han Solo su Endor, anche loro dovrebbero individuare e distruggere il “generatore” che alimenta lo scudo. Una teoria affascinante, che però si rivela errata. Il parallelo, tuttavia, regala uno dei momenti più leggeri e metanarrativi della stagione.
Il fallimento della teoria apre infatti a una divertente discussione interna al gruppo sulla qualità de Il ritorno dello Jedi. Dustin fa notare a Nancy quanto sia perfettamente coerente che Steve consideri il terzo film — forse il più divisivo dell’intera trilogia originale — come il migliore: dopotutto, i bambini adorano gli Ewok. Una battuta che funziona sia come commento ironico sui gusti dei personaggi sia come strizzata d’occhio ai fan, da sempre divisi sull’ultimo capitolo della saga classica.
Una galassia di riferimenti che attraversa tutte le stagioni
I richiami a Star Wars in Stranger Things non sono certo una novità limitata alla stagione finale. Al contrario, la saga di George Lucas accompagna la serie fin dalla prima stagione, diventando una vera e propria chiave di lettura dell’universo narrativo dei Duffer Brothers. Non a caso, gli stessi creatori hanno più volte sottolineato come la quinta e ultima stagione rimarrà saldamente ancorata agli anni ’80, un’epoca che la serie celebra attraverso estetica, musica e continui easter egg legati ai fenomeni culturali dominanti di quel decennio — Star Wars su tutti.
La quarta stagione in particolare è stata spesso accostata a L’Impero colpisce ancora: il villain sembra avere la meglio, un personaggio amato rimane sospeso tra la vita e la morte (Max, proprio come Han Solo congelato nella carbonite) e l’ultima inquadratura lascia gli eroi a fissare l’orizzonte, consapevoli che la battaglia finale deve ancora arrivare. Un parallelo dichiarato dagli stessi Duffer, che rafforza il legame tematico tra le due opere.
Ma i riferimenti si estendono ben oltre le grandi analogie strutturali. Fin dalla prima stagione, Mike mostra orgogliosamente la sua action figure di Yoda a Undici, mentre il gruppo le chiede di sollevare il Millennium Falcon come se fosse un test della Forza.

Dustin, dal canto suo, è probabilmente il personaggio più “lucasiano” della serie: dai giocattoli di R2-D2 al celebre “Never tell me the odds”, fino alle battute sui lati chiaro e oscuro della Forza, come quando Eddie scherza sul fatto che Lucas Sinclair sia “passato al lato oscuro” per giocare a basket.

Anche gli elementi sonori e visivi contribuiscono a questo dialogo continuo con Star Wars: l’allarme della base russa nella terza stagione ricorda da vicino quello della Morte Nera; il rumore del motore dell’aereo di Yuri richiama ironicamente l’iperguida difettosa del Millennium Falcon; persino l’inquadratura dell’assalto al progetto Nina evoca l’iconica entrata di Darth Vader sulla Tantive IV.
Undici, poi, è da sempre assimilata a un’utilizzatrice della Forza: Mike la descrive come “più simile a Yoda” già alla fine della prima stagione, e le sue pose, i gesti e le scene più iconiche — dal sollevare oggetti alla concentrazione silenziosa prima di usare i poteri — richiamano apertamente l’immaginario Jedi.

Non mancano infine i riferimenti più leggeri e affettuosi, come la presenza degli Ewoks in TV, l’amore ingenuo di Steve per “quello con gli orsacchiotti”, o la memorabile stretta di mano tra Steve e Dustin accompagnata da finti duelli con le spade laser. Momenti che dimostrano come Star Wars non sia soltanto una fonte di citazioni, ma un vero linguaggio condiviso dai personaggi.

In questo senso, Stranger Things non si limita a omaggiare Star Wars: ne assorbe lo spirito, utilizzandolo per raccontare amicizia, crescita, sconfitta e speranza. Proprio come nella galassia lontana lontana, anche a Hawkins la battaglia finale conta meno del viaggio e dei legami che lo rendono possibile.
Ancora una volta, Stranger Things dimostra di saper usare i riferimenti pop non solo come semplice citazione nostalgica, ma come strumento narrativo e caratteriale, capace di arricchire la storia e rafforzare il legame con il suo pubblico.