Star Wars – Episodio VII: una nuova prospettiva?

Direttamente dalle pagine di BadTaste vi riporto pari pari il bellissimo articolo di Andrea Bedeschi che in maniera semplice e appassionata dice la sua su questa grande ondata di novità starwarsiane

“Ci sono pochi momenti della mia vita che non dimenticherò e uno di questi è guardare Guerre stellari al Teatro cinese – era uscito da soli due giorni. Ricordo che vedendolo non riuscivo a credere che un film potesse appassionare così tanto. Alla fine rimasi scioccato. Guardai tra il pubblico di giovani e adulti e stavano tutti urlando”

John Lasseter

A metà degli anni novanta, quando ero ancora uno studente del ginnasio – ma esiste ancora? – Facebook e le emoticon mandate via WhatsApp erano fantasie degne di apparire in telefilm come X-Files o Quantum Leap, che ancora veniva trasmesso in televisione. Di Star Wars potevo parlare in tempo reale con i miei amici e alcuni miei parenti altrettanto appassionati delle avventure di Luke, Han Solo e Darth Vader.

Da qualche tempo, un po’ grazie alla mia professione un po’ grazie allo sviluppo massivo di nuove tecnologie che mi fanno sapere in tempo reale cosa stanno mangiando quelle tizie tailandesi che seguo su Instagram, posso venir illuminato dalle opinioni sulla saga e sull’universo espanso possedute dai nostri fedeli lettori di BadTaste.it e da gente che abita ad anni luce dalla mia abitazione.
L’appartenere a una generazione che ha vissuto in maniera totale la transizione fra “comunicazione analogica” e quella che viene indicata come “comunicazione digitale”, “2.0” o con qualche altro termine fighetto stile Wired, mi ha permesso di crescere insieme a Guerre Stellari, insieme a tutti i suoi cambiamenti, aggiunte, rimasterizzazioni, nuove Trilogie e di osservare come, in linea di principio, molti fan abbiano una predisposizione d’animo ben più accomodante verso tutti quelle opere – videogiochi, fumetti, cartoni animati, romanzi – che gravitano attorno all’Universo Espanso, ma molto più conservatori quando si tratta dei film della Trilogia Classica.

La ragione di tutto questo prescinde dalle eventuali considerazioni critiche che ciascuno di noi può fare paragonando gli Episodi 4, 5, e 6 agli Episodi 1, 2 e 3 o mettendo in correlazione le varie edizioni di ciascun film che George Lucas ci ha propinato a cadenza più o meno regolare.
Onestamente, come suggerisce anche Kevin Smith nella sua Lettera Aperta alla Disney, ognuno di noi si sente in diritto di criticare – avendo la piena facoltà di farlo, ci mancherebbe – a pie’ sospinto ogni singola mossa fatta da Lucas grazie a quel rapporto intimo che si crea fra spettatore e film. Una storia d’amore resa ancora più intensa, in questo caso, dalla capacità di plasmare con forza l’immaginario collettivo da parte della saga cinematografica per eccellenza.
Non me ne vogliano i fan di Tolkien, della Rowling, di James Bond, di Star Trek o di qualsiasi altro franchise di cui peraltro io stesso posso dichiararmi sostenitore, ma Guerre Stellari è il primo esempio di epica nata e concepita per il grande schermo e la sua forza catalizzatrice è stata, ed è, letteralmente irripetibile. Proprio per questo se già l’esperienza del vedere un film in una sala gremita di persone o soli in un salotto è sempre e comunque un’esperienza fondamentalmente privata – ognuno di noi recepisce un’opera in una maniera indipendente dal numero di individui che condividono questo attimo – che può essere arricchita, questo è vero, dal dialogo, dal confronto d’idee, dalla memoria del “Ehi, ti ricordi quel tizio che al cinema era mascherato come Bib Fortuna?”, ma che, alla fine di tutti questi edificanti discorsi, resta una nostra proprietà esclusiva.
Come risultato, in tanti hanno storto il naso – giusto per usare una terminologia urbana adatta alla pubblicazione su un sito letto da centinaia di migliaia di persone – all’annuncio della Trilogia dei prequel, ai vari rimaneggiamenti delle release in home video e, in ultima istanza, all’annuncio dell’acquisizione della Lucasfilm da parte della Disney e dell’arrivo di una nuova Trilogia.
La sensazione è stata quella di essere stati traditi, privati di un ricordo che doveva restare tale nel tempo, immutato e immutabile. E quelle rocce aggiunte digitalmente davanti al pertugio nella roccia dove si nasconde R2-D2 in Una Nuova Speranza, tanto per citare la prima modifica apportata di recente che mi passava per la testa, hanno assunto le sembianze di un imbroglio, una truffa operata ai danni della nostra infanzia o giovinezza.
Ma siamo sicuri che sia davvero così?
La mia memoria di Star Wars, contrariamente a quella di John Lasseter citata come cappello di questo lungo articolo, è di tipo principalmente televisivo. Quando “Guerre Stellari” è uscito nelle sale, io non ero ancora neanche in cantiere e, a dirla tutta, il primo ricordo che ho della saga è collegato al cabinato di Star Wars dell’Atari uscito nel 1983. Uno shoot’em up in grafica vettoriale che ti piazzava dritto dritto dentro il cockpit di un X-Wing dal quale potevi blastare in simpatia tanti Tie Fighter dell’Impero (in realtà, l’importante era evitare i loro raggi laser) e far saltare la Morte Nera. Ancora oggi lo reputo il videogioco più tosto di sempre. Non perché sia, effettivamente, uno di quei capolavori immortali, ma perché grazie a quel videogame io diventavo Luke Skywalker, potevo essere un paladino della Ribellione che, ad appena quattro anni, era in grado di sgominare le malvage flotte imperiali.
Poteva esistere esperienza migliore per un bambino dei primi anni ottanta? Forse se mia madre mi avesse regalato un Mogwai o uno zainetto protonico dei Ghostbusters o se fossi riuscito a volare con la mia bicicletta mentre portavo un piccolo alieno nel cestino portaoggetti avrei ottenuto una scarica di endorfine maggiore, ma anche il fingermi pilota della Ribellione all’interno del cabinato situato in una sala giochi di Marcelli mentre aspettavo di digerire la pizza al rosmarino e potermi andare a rituffare in acqua andava più che bene.
Crescendo ho continuato a rivedere la Trilogia Classica praticamente a ogni passaggio televisivo, fino all’uscita delle VHS acquistate nel 1994 per poi arrivare a stappare una bottiglia di champagne – in realtà era Sprite – nel 1997 quando, in occasione del ventennale della saga, i film della saga sono tornati nelle sale, ripuliti dai segni del tempo e con delle ben note sequenze aggiuntive che, già al tempo, avevano fatto imbufalire diversa gente. Alcuni dei parenti citati in apertura, ad esempio.
Delle polemiche me ne fregava meno di zero. Finalmente potevo rivedere – per la centesima volta approssimativamente – dei film che per me erano stati confinati ai quattro angoli angusti della tv.
Ammirare Una Nuova Sperzanza, L’Impero Colpisce Ancora e Il Ritorno dello Jedi su uno schermo di dimensioni finalmente adeguate arricchito dai fasti del THX è equivalso al ritrovarmi dentro una canzone di Franco Battiato in cui si parla di mistiche rinascite cibernetiche e robe di questo genere.
Potevo benissimo sorvolare sulla superflua presenza di un Jabba De Hutt più magro nell’Episodio 4, anzi: se avessi avuto modo di farlo, avrei abbracciato George Lucas più forte di come facevo con l’orsetto Teddy Ruxpin quando avevo tre anni.
Ero colmo di gratitudine.
Adesso, a quindici anni di distanza da quel 1997, ho, come molti lettori presumo, dei cuginetti altrettanto appassionati della saga che, magari, hanno conosciuto prima attraverso la serie animata trasmessa su Cartoon Network o con un qualche videogame per console o Pc.
Quello che mi domando è: non è altrettanto legittimo amare Guerre Stellari anche se si è venuti a contatto con l’epopea percorrendo vie differenti rispetto a quelle di 20 o 30 anni fa?
Perché ci si sente depositari di chissà quale segreto iniziatico, ci si cala nella tunica di sacerdoti di oscuri culti misterici solo perché “Io ho visto la Trilogia Classica al cinema quando tu non eri neanche nato e ai miei tempi Obi-Wan spaventava i Sabbipodi col verso di un dewback, non di un dragone Krayt!”.
La recente acquisizione della Lucasfilm da parte della Disney ha poi buttato benzina sul fuoco. Dentro di me, sono convinto che si ripeterà lo stesso scenario della transazione che ha portato la Marvel nella famiglia di Topolino. A “livelli executive” che noi non possiamo neanche lontanamente immaginare, i dirigenti della Lucasfilm manterranno la sostanziale autonomia avuta fino al mese scorso, mentre nella dimensione che compete a tutti noi, quella di spettatori, succederà che anche il più scettico degli scettici sarà in prima fila alla cassa del cinema quando l’Episodio VII uscirà finalmente in sala nel 2015.
Come diciamo noi “giovani dell’internet”: shut up and take my money!
Slang ed espressioni idiomatiche dei nostri tempi a parte, per quel che mi riguarda, il mio pensiero può essere riassunto con le stesse, identiche parole pronunciate ai nostri microfoni da Zerocalcare a Lucca: tutto questo “ha ridato un orizzonte alla mia vita”.
Proverò ad astrarre il mio essere ancora “gioiosamente infantile” – per certi versi sono rimasto molto simile a quel bambino nel cockpit del cabinato di cui parlavo qualche riga più su – e a moderare l’entusiasmo che nasce al pensiero di provare nuovamente le emozioni di un’anteprima di mezzanotte di Star Wars.
Per prima cosa, non mi nasconderò dietro a un dito negando l’evidenza. I dollari hanno una grande importanza in tutto questo trambusto mediatico. Questa transazione significa che la Disney ha sì speso una valanga di soldi, ma che lo sforzo verrà ampiamente ripagato grazie a tutti quegli assett del papà della famiglia Skywalker, non solo quelli collegati a Star Wars, ma a tutte le facility di Mr. Lucas. E questo flusso di soldi finirà anche nelle tasche dello stesso filmmaker di Modesto: dopo la famiglia di Steve Jobs, il regista di American Graffiti è diventato l’azionista di maggioranza singolo della Casa di Topolino.
Eppure, vedere una produttrice come Kathleen Kennedy, la neo-responsabile della Lucasfilm, discutere con George Lucas sibillinamente, con uno sguardo che pare dire “ne vedrete delle belle”, su chi dirigerà i prossimi episodi e sull’approccio che avranno verso la saga, qualche brivido di piacere me lo dà. Una donna che ha esordito nel mondo del cinema producendo E.T. – L’extra-terrestre e ha poi proseguito la sua carriera con opere come Roger Rabbit, la Trilogia di Ritorno al Futuro, Jurassic Park, Cape Fear – Il Promontorio della Paura, Schindler’s List, I Ponti di Madison County, Il Sesto Senso e Le Avventure di Tintin credo che abbia un’esperienza in materia di cinema ben superiore della mia e, immagino, di tutti quelli che in questo momento stanno leggendo questo articolo.
Se sapessi disegnare qualcosa di più elaborato di un omino stilizzato, probabilmente la raffigurerei come una di quelle gatte randagie pine di graffi e

cicatrici “guadagnate” dopo le mille baruffe vinte in strada.
Per dirla come Ali G: respect.
Il coinvolgimento, confermato, di Michael Arndt in fase di sceneggiatura è poi latore di qualche ulteriore garanzia. L’autore di una delle più riuscite commedie indipendenti degli ultimi anni, Little Miss Sunshine, del capolavoro Pixar Toy Story 3 e del secondo capitolo di una rilevante saga come quella di Hunger Games un piccolo bagaglio di credenziali lo possiede.
In mezzo ai “se” e ai “ma” di queste ultime settimane, la mia curiosità di scoprire come si posizionerà all’interno del canone di Star Wars la nuova Trilogia è cresciuta esponenzialmente. Che l’abbiate gradita o meno, ai tempi dei prequel era già noto a tutti che i primi tre episodi avrebbero raccontato l’ascesa e la caduta di Anakin Skywalker e che gli accadimenti di questi lungometraggi avrebbero illluminato sotto un’ottica differente l’intera esalogia.
Episodio 7, 8 e 9 sono, invece, degli oggetti ignoti. E cercare di scrutare qualcosa negli abissi siderali di questa galassia lontana, lontana è una ricerca ancora più affascinante proprio per la scelta fatta da Lucas di effettuare “un passo indietro”, di operare nelle vesti di supervisore creativo, un iter che richiama alla memoria proprio il viaggio produttivo della Trilogia Classica e le collaborazioni fra Lucas, Irvin Kershner e Richard Marquand.
Già, perché se Star Wars, le sue storie, i suoi personaggi appartengono a tutti noi che ci sentiamo liberi giocare con loro, di girare dei fan film, di mascherarci da Jedi o Sith a carnevale e halloween, perché non lasciare ad altri registi la facoltà di raccontare delle nuove avventure, con il benestare e la benedizione del loro creatore, all’interno di un universo in continua evoluzione?
Di plasmare una nuova prospettiva all’interno di questa epopea?

di Andrea Bedeschi, articolo pubblicato su badtaste.it

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